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Apple, la scommessa della Mela: Watch e iPhone, ma soprattutto servizi


















Passata la prima onda di notizie e rivelazioni, proviamo a tirare le fila di quanto abbiamo visto a Cupertino. Novità di non poco conto, alcune delle quali con la potenzialità di poter modificare lo scenario tecnologico che oggi conosciamo.

iPhone 6 e 6Plus. Partiamo dalla portaerei sulla quale, fino ad oggi, si basa l’intero universo Apple, il gadget che conta di più nell’economia aziendale e che, nelle ipotesi di Cook, dovrebbe farlo ancora per un bel po'. Per non essere schiacciato dalla concorrenza e non restare relegato in una seppur enorme nicchia di mercato dal dominio di Android, Cook ha deciso di fare due mosse del tutto nuove in casa Apple. La prima è quella, semplice ma inedita, di portare a 4 i modelli di iPhone in circolazione, il 5S e il 5C, con solo un anno di vita alle spalle, e i nuovi 6 e 6Plus (senza dimenticare che in circolazione c’è ancora l’iPhone 5 e a prezzi decisamente più bassi), ognuno dei quali con molte varianti, il che porta l’offerta di iPhone a circa una dozzina di telefoni differenti per dimensioni, memoria, potenza. E’ un cambiamento non piccolo rispetto alla filosofia semplificativa di Jobs, che invece ha sempre puntato su un’offerta di modelli molto limitata, se non addirittura singola, lasciando poco spazio di scelta ai consumatori. Ed è il segnale di una relativa "normalizzazione" della Apple sul campo degli smartphone, messa in luce anche e soprattutto dall’ampliamento delle dimensioni dell’iPhone, in linea con quanto chiede il mercato (il segmento degli smartphone grandi è in crescita ovunque e ha grandi potenzialità soprattutto negli Usa) e con la necessità di lasciare meno spazio alla concorrenza in nicchie ampie come quella dei phablet.

Una scelta importante, dunque, rende la Apple più simile ad altre aziende che producono smartphone e che introducono nuovi modelli con maggiore frequenza della Mela (che si limita ad una nuova offerta all’anno, dal 2007 ad oggi). E che forse segnala come per l’azienda di Cupertino anche se l’iPhone resta il device di punta, quello che guadagna di più, lo "smartphone più venduto al mondo", come ieri sottolineava Cook, proprio perché offerto in un numero di modelli molto limitato, non creda più che il proprio futuro sia basato sull’innovazione dei terminali telefonici mobili, mercato che sta raggiungendo la maturazione e che va, in qualche modo, stabilizzato, anche con un offerta di modelli più ampia, in grado di resistere maggiormente nel tempo. Un futuro insomma dove l’iPhone, come il MacBook, resti nel cuore dell’azienda ma non sia più il suo core business, sia in grado di aggiornarsi, di migliorare, di essere sempre al passo con i tempi e le necessità degli utenti, ma non possa più cambiare le regole del gioco e il mercato. Il che non vuole dire che gli iPhone 6 e 6 Plus presentati ieri non siano, come ha detto Cook, i "migliori iPhone mai realizzati", anzi è facile dire che sia davvero così. Le macchine sono belle e eleganti, con i contorni ammorbiditi, per consentire un uso più facile viste le dimensioni ampie, e in generale delle funzioni di qualità superiore. A partire dalla videocamera con i Focus Pixel, elemento che, come del resto hanno sottolineato ieri i dirigenti della Apple, è centrale nelle possibilità di successo dei nuovi iPhone, destinati non solo a dare un altro forte colpo al mercato delle fotocamere ma anche uno definitivo al mercato delle videocamere, che data la qualità delle riprese e delle foto che i due nuovi smartphone di Apple consentono (con un’eccellente stabiizzatore di immagini anche per le riprese video in movimento). E non va dimenticata la famiglia dei tablet, perché l’iPhone 6 Plus, con il suo schermo da 5.5 pollici sembra più un parente dell’iPad Mini da 7.9 pollici che non dell’iPhone 5, con il suo schermo da 4. Il Plus è indirizzato proprio verso quella fascia di pubblico, non piccola ed estremamente giovane, che svolge sul proprio smartphone una grande quantità di attività che avrebbero miglior soddisfazione su un tablet, ma che proprio per le dimensioni dei tablet, grandi da non poter stare in tasca, preferiscono restare sui loro schermi più piccoli, anche a guardare video e film, o giocare ai videogame. Il 6 Plus non è uno smartphone, volendola dire tutta, è un piccolissimo tablet, così come il Samsung Note, che ha in più rispetto agli iPad la possibilità di fare e ricevere telefonate (o di usare app come Whatsapp).

Apple Pay. Diversificare per Cook, in realtà, è mettere la Apple in un territorio completamente diverso da quelli che fino ad oggi ha frequentato. Quello delle transazioni e dei servizi. E’ qui che l’innovazione di Cook si è presentata, ieri, ai massimi livelli, non nell’hardware o nel software, ma nei servizi. Il servizio offerto da Apple Pay è completamente nuovo e inedito, non ha paragoni con altri, perché mette insieme un’oggetto che già abbiamo in tasca, lo smartphone, con una tecnologia innovativa, il Touch ID, con un sistema di transazioni collaudatissimo, quello di iTunes, portato però ad un livello di complessità e di ampiezza incomparabilmente superiore. E’ questo il terrendo dell’innovazione oggi per Apple, quello di integrare servizi inediti e personali con le proprie macchine, molto più che proporre nuovi smartphone o gadget digitali. Apple Pay è nuovo sotto ogni punto di vista, non è la "rimediazione" di qualcosa di esistente (si, forse "rimedia" la carta di credito...), e soprattutto punta a rivoluzionare una realtà esistente, ad eliminare il denaro contante e le carte di credito, ovvero i due modi principali attraverso i quali noi acquistiamo e paghiamo beni e servizi. E non è PayPal, che ci consente di vivere senza denaro e carte di credito quando siamo online, è l’eliminazione dei pagamenti fisici nella nostra vita reale, quotidiana, al bar come al supermercato, dal parrucchiere come in palestra. Apple non produce una macchina hardware dedicata, non c’è bisogno di un nuovo gadget per sostituire il denaro e le carte, ma solo di una funzione in più sull’iPhone. Servizi, non hardware e software, servizi che vivono su un hardware e un software proprietari, quello di Apple, e che possono costituire il vero, straordinario, futuro dell’azienda. Perché se Apple Pay avesse fortuna potrebbe davvero cambiare le regole del gioco. SI può dire che anche questa "rivoluzione" non sia del tutto frutto dell’intelligenza o della creatività di Tim Cook, Steve Jobs aveva già fatto una cosa simile quando, mettendo sul mercato iTunes, aveva con un servizio di vendita di musica attraverso Internet, rivoluzionato il mercato discografico e al tempo stesso portato la Apple nel campo del commercio elettronico, campo nel quale oggi, per quello che riguarda l’intrattenimento, è la prima del mondo. Che la Mela di Cupertino potesse offrire servizi oltre che tecnologia Jobs lo aveva capito in tempo, dunque, ma la scommessa di Cook è incomparabilmente più ampia e planetaria, non interessa solo i consumatori di musica, un numero limitato di persone, ma potenzialmente il mondo intero. E costringerà le banche a fare i conti con un innovazione tecnologica che non sarà gestita da loro ma da terzi.

Apple Watch. Diversificare, per Cook, significa quindi in parte moltiplicare i modelli degli iPhone, ampliare il campo d’azione dell’azienda anche nel settore dei servizi e continuare a lavorare su altri fronti. Certamente interessante, da questo punto di vista, è la strada aperta con l’Apple Watch, un device nuovo, in un terreno parzialmente inedito per la Apple, quello dei wearables. La macchina è "parzialmente" innovativa, assomiglia moltissimo all’iPod Nano, del quale mantiene la caratteristica del lettore mp3 integrato, la capacità di mostrare video e foto e di usare app, e in parte limitata le dimensioni e la forma. Ma è l’integrazione con l’iPhone a rendere il nuovo device interessante. Da solo, senza lo smartphone, l’Apple Watch è un’orologio intelligente a tutti gli effetti, con molte app dedicate e molte altre che arriveranno. In sintonia con l’iPhone è invece un personal device completo, con funzioni innovative, un’interfaccia semplice e intuitiva e alcuni tocchi geniali, come la possibilità di disegnare piccolissimi sketch sullo schermo e condividerli, che rendono la macchina più umana. Il mercato di riferimento, quello al quale il nuovo device si rivolge, come abbiamo già detto, è quello dei giovanissimi, dei nativi digitali, che sono costantemente connessi e che con un wearable potranno rendere la loro iperconnessione più uniforme e ininterrotta, giovanissimi che già oggi usano gli smartphone senza telefonare, preferendo chat, messaggerie, social network di ogni ordine e grado, per restare in connessione gli uni con gli altri, per ricevere e dare informazioni. Ma è anche un prodotto "per signore", elegante, da portare al polso lasciando il cellulare in borsa. Un device che deve necessariamente essere trendy per trovare posto sul polso di un numero sufficiente di persone da poter dire che si tratti di un successo. Per la Apple, dunque, la scommessa non il software, in parte già ampiamente sperimentata sui device precedenti e adattato a questo nuovo terminale, e forse nemmeno
l’hardware, nato da un’esperienza molto fortunata come quella dell’iPod e aggiornata ai tempi e alla dimensione psicologica dell’orologio. No, la scommessa è il pubblico da raggiungere, un pubblico nuovo che l’azienda deve convincere partendo da zero, proprio perchè invece di chiamarlo in un altro modo, e quindi proporre al mondo un oggetto inedito, ha preferito chiamarlo Orologio Apple, e quindi entrare in un terreno familiare, conosciuto, quello degli orologi, che tutti portiamo al polso e alla cui famiglia l’Apple Watch vuole, bene o male, appartenere. Apple deve convincerci a lasciare il vecchio orologio per uno nuovo, non ad avere un oggetto inedito, che lavora in combinazione con il cellulare ed è un ottimo lettore mp3. E la scommessa è interessantissima.


Via repubblica.it

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